Città di Castello. Il fascino dell’arte senza tempo e il Museo Burri
di Sandra Jacopucci
Nel cuore dell’Umbria, in provincia di Perugia, un polo rinascimentale, un concentrato di opere d’arte e architetture che hanno visto il passaggio di celebri artisti da Raffaello a Burri: Città di Castello.

A guidarci in questo itinerario attraverso le sue antiche strade Stefano Lazzari, icona della Bottega Tifernate ed ideatore della Pictografia, tecnica brevettata e unica nel suo genere, che permette di riprodurre fedelmente, al 99%, opere di qualsiasi epoca restituendo la magia e la materialità dell’originale. Del suo lavoro innovativo nel campo dell’arte abbiamo parlato a lungo in un nostro articolo, sempre disponibile su Kronostories, cliccando qui.

La città è un vero e proprio scrigno di bellezza in cui ogni angolo diventa un’esperienza sensoriale e culturale. Sono secoli in cui l’arte è fatta di armonia, luce e perfezione. È un percorso che attraversa affreschi, pale d’altare e rilievi, testimoniando la ricchezza del Rinascimento e la continuità di una tradizione artistica che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’arte europea.

A Raffaello fu commissionato lo Sposalizio della Vergine (1504) che fu collocato all’interno della Chiesa di San Francesco, su un altare dedicato a San Giuseppe dove ora risiede una copia in quanto l’originale si trova nella Pinacoteca di Brera, a Milano. Come spesso accade, l’arte è in viaggio, per diversi motivi, in questo caso per ragioni storiche legate al collezionismo e agli spostamenti delle opere avvenuti tra il XVII e XIX secolo anche se l’operazione ha destato un certo disappunto nella popolazione tifernate, come espresso in una targa in marmo affissa su una parete esterna della chiesa.

L’interno della Chiesa di San Giuseppe si presenta con una navata unica che conduce verso l’altare maggiore in un breve tragitto costellato da altari laterali, dipinti devozionali, decorazioni e dorature di epoca barocca non appartenenti all’impianto medievale, ma che conferiscono solennità ad un ambiente raccolto e suggestivo, invitando con naturalezza alla riflessione e alla preghiera.

Qui siamo in Piazza Gabriotti, sulla scalinata del Duomo rinascimentale dei Santi Florido e Amanzio. Sul lato opposto si staglia la Torre Civica trecentesca, alta circa 50 metri, e poco distante il Palazzo Vescovile, sede dell’Amministrazione comunale.

Entrando nella cattedrale veniamo avvolti da un trionfo di colori, stucchi e dorature che esaltano affreschi e dipinti elegantissimi. Una lunga stratificazione di epoche: il medioevo nelle fondamenta con la cripta, quasi segreta, il rinascimento nelle proporzioni monumentali delle volte, il seicento nelle decorazioni.

Alle spalle del Duomo, il suo campanile colpisce per la forma cilindrica, segno verticale che spezza la geometria dei palazzi e guida lo sguardo verso l’alto.

Nel 1942, in seguito alla morte in guerra del fratello Vittorio, Alberto Burri, giovane medico, si arruola e parte volontario per la Tunisia, ma viene catturato e trasferito nel campo di detenzione americano di Hereford, in Texas. Al ritorno sente il fortissimo richiamo per la pittura che mette in pratica senza alcuna formazione accademica, come in una catarsi, una sorta di liberazione da un passato insostenibile. Utilizza tecniche materiche che si fondono con la sua originaria professione di medico. È così che “i Sacchi”, le tele di juta, presentano cuciture più simili a suture, le stesse che praticava ai feriti della seconda guerra mondiale. La trama della juta, il materiale utilizzato come supporto della pittura di Raffaello, Tiziano e Caravaggio, per Burri diventa protagonista, anzi, si trasforma nel dipinto stesso.

Una frase di Burri citata nel libro “Alberto Burri – L’Amicizia” di Tito Fortuni, suo fraterno amico: “Non tutto è a noi visibile. Noi non siamo in grado di vedere i raggi X, eppure esistono, come pure non conosciamo l’altra faccia della Luna, eppure esiste. Anche la pittura può rappresentare cose non visibili, ma che esistono“.

Successivamente la collezione è stata ampliata con il secondo Museo Burri, ospitato nei capannoni degli ex Seccatoi del tabacco, concepito in questo contesto dall’artista stesso, nella periferia della città. Si tratta di grandi edifici recuperati con un lavoro sapiente e costosissimo (a partire da un imponente impianto di riscaldamento a pavimento), che ne ha valorizzato maestosità e proporzioni.

Il museo rappresenta oggi un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati dell’arte contemporanea come per i nostri due ospiti, Francesca Barbieri, Presidente dell’Associazione, tutta al femminile, Soroptimist San Marino, e Alessandro Barulli, esponente di primo piano della vita culturale sammarinese, con i quali abbiamo attraversato i padiglioni del museo, rappresentazioni dei “Cicli”, come in un viaggio nello spazio cosmico.

Ci siamo lasciati sorprendere dai colori, dalle dimensioni, dalla materia delle creazioni, seguendo un filo invisibile: la genialità dell’autore. Ogni sala è un mondo a sé, lontano dai capolavori rinascimentali, ma altrettanto affascinante per intensità e impatto visivo. Un’esperienza che colpisce, che resta impressa e che fa sentire chi la vive parte stessa del percorso.

Le altezze delle stanze sembrano fatte su misura per le opere, consentendo al visitatore di percepire pienamente la forza e il respiro di ogni lavoro. Qui, lo spazio non è vuoto: è materia viva, l’architettura complice della creazione e della contemplazione.

Si percepisce una sorta di fusione tra le opere e il loro contenitore in un’unica gigantesca opera d’arte. Lo spettatore può ingegnarsi a comprendere oppure può lasciarsi avvolgere dai colori, dalle forme, dalla texture della materia senza pretendere spiegazioni come in un personalissimo esercizio interpretativo che non dà soluzioni, ma genera emozione, coinvolgimento, permettendosi anche il “lusso” di non capire.
Il Grande Cretto di Burri a Gibellina, in provincia di Trapani, fu realizzato tra il 1984 e il 1989, utilizzando cemento e i materiali dell’antico borgo devastato dal terremoto del Belice, nel 1968, che ebbe il suo epicentro proprio tra Gibellina e Montevago. È un monumento alla memoria, un labirinto geometrico, in cui il cemento bianco ricopre le macerie mantenendo i segni della pianta originale del paese. A 40 anni dall’inizio dei lavori, nel 2011, per iniziativa della Fondazione Albizzini, i sindaci Secondi di Città di Castello e Sutera di Gibellina, insieme alle rispettive giunte, si sono incontrati, per la prima volta al completo, in Sicilia, per suggellare un patto di collaborazione e amicizia.

I solchi percorribili, tra un blocco e l’altro, sono, in realtà, le antiche strade del paese che fu ricostruito a circa 20 km di distanza, Gibellina Nuova. Dove una volta pulsava la vita ora c’è la terra secca, “crettata” da cui deriva il termine “Cretto”, uno degli elementi distintivi di Burri che ha trasformato i segni della distruzione in una ciclopica scultura a cielo aperto, tra le più grandi al mondo. L’opera raggiunge, infatti, i 66.000 metri quadrati e si è conclusa nel 2015 in occasione del Centenario della Nascita dell’artista, secondo il suo progetto e la sua volontà.

Premio Castello – La casa editrice LuoghiInteriori
La città sempre accogliente, viva, ricca di memoria storica, attraverso il Premio Castello (inizialmente denominato Premio Città di Castello), costruisce un ulteriore ponte verso il futuro per la valorizzazione dei giovani e la scrittura contemporanea.
Antonio Vella, figura di spicco nel panorama culturale della città, fondatore della casa editrice LuoghiInteriori e del Premio Castello che nel 2026 celebra il ventennale della manifestazione, ricopre un ruolo d’eccellenza nella scoperta di autori e talenti letterari emergenti.
Il premio articolato in tre sezioni principali, Narrativa, Poesia, Saggistica e loro diramazioni, viene curato dal figlio Andrea che ha raccolto con passione l’iniziativa del padre nella valorizzazione della letteratura e della storia locale.

Due notizie importanti: il recente sodalizio con l’associazione I Borghi più Belli d’Italia, guidata dal Presidente Fiorello Primi, per promuovere cultura e territorio e la sezione dedicata ai detenuti, “Destinazione Altrove“, progetto inclusivo-educativo, che apre la scrittura a contesti sociali spesso invisibili.
La manifestazione si pregia di un’autorevole Giuria presieduta da Alessandro Masi, Segretario generale della Società Dante Alighieri. I componenti la giuria: Osvaldo Bevilacqua che si onora di farne parte insieme ad illustri giornalisti come Marino Bartoletti, Benedetta Rinaldi, Paolo Conti, Andrea Pancani, l’attrice e scrittrice Daniela Poggi, Claudio Mattia Serafin, docente universitario e Consigliere del Ministro per il Turismo, Salvatore Italia, consigliere della Società Dante Alighieri.
La cucina locale
E come potevamo non concederci una pausa per assaggiare le specialità locali? Anche questi piatti sono opere d’arte, a loro modo. Entriamo in un ristorante dal sapore antico, a ridosso del campanile del duomo, con legno e ferro nell’arredamento e mattoni di cotto che sembrano essere lì da sempre.

Le pietanze rispettano l’immagine iniziale che ci eravamo fatti: nulla delude, ogni piatto è curato, equilibrato, autentico. Non c’è improvvisazione: solo memoria, amore per il territorio e per il suo passato, in ogni dettaglio e in ogni sapore.

Lo spezzatino di cinghiale con la polenta rustica, il coniglio ripieno con tartufo fresco e patate al forno, la parmigiana di cipolle presentata in un grazioso tegame in terracotta.

Per l’occasione, il padre di Stefano, Romolo Lazzari, rinomato cercatore di tartufi di cui la zona è particolarmente vocata, porta una salsina, elaborata da lui, a base del pregiato fungo ipogeo, che dedica solo agli amici più stretti dei quali, per fortuna, facciamo parte anche noi. Ma il suo ruolo va ben oltre la cucina: è stato un pilastro per Stefano, sostenendolo sia economicamente che moralmente quando, ancora studente di informatica, coltivava il sogno di trasformare il suo talento artistico in una professione. La sensibilità di Romolo per il territorio e il gusto per l’eccellenza hanno, in un certo senso, contribuito a nutrire la creatività e la determinazione del figlio, che oggi ci accompagna tra le opere del Museo Burri con lo stesso entusiasmo di chi scopre un tesoro.

Mostra Mercato Nazionale del Tartufo Bianco
Fra le tradizioni gastronomiche primeggia la prestigiosa Mostra Mercato Nazionale del Tartufo Bianco, un tributo ad uno dei più pregiati prodotti del territorio umbro che richiama ogni anno migliaia di appassionati e buongustai e quella del 2026 sarà la 46ª edizione.

Si svolge in autunno, tra fine ottobre e i primi giorni di novembre, nelle piazze del centro storico, in particolare a Piazza Matteotti sulla quale si concentrano gli stand principali. Come per le opere d’arte e le vie della città, anche qui si percepisce un legame profondo con la storia e la memoria del luogo, dove i sapori diventano esperienza e scoperta.

Credit foto: Alessandro Sarteanesi, Enrico Mezzasoma, Giorgio Galvani, Sandra Jacopucci
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
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