Le mille facce di Roma
Di Sandra Jacopucci
“Per ordine espresso di Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo Presidente delle Strade, si proibisce espressamente a qualunque persona di gettare immondizie e fare mondezzaro in questa strada sotto pena di scudi dieci ed altre pene ad arbitrio di Sua Signoria Illustrissima, in conformità dell’editto emanato il 1° marzo MDCCXXXXI.”

Tradotto: È vietato buttare rifiuti in strada. Chi lo fa paga una multa di 10 scudi e rischia altre punizioni. E quel numero romano finale, MDCCXXXXI, è 1741.
Per chi volesse divertirsi a scomporre il numero tenga conto che M significa Mille, D 500, C Cento, X dieci, I uno. Quindi: M = 1000; D = 500; CC = 200; XXXX = 40; I = 1 Totale: anno 1741.
Tutto intuibile tranne la D che nasce da una semplificazione grafica degli scalpellini di un segno CIↃ che indicava il numero 1000: la metà, cioè IↃ, era 500.
Nel Settecento un lavoratore poteva guadagnare uno scudo o meno al giorno (spesso anche molto meno) quindi 10 scudi erano una multa pesante, paragonabile a qualche centinaio di euro di oggi. In concreto quella targa non diceva soltanto “Non buttare rifiuti” ma anche “Se lo fai, ti facciamo davvero male (al portafoglio).”
In questa foto c’è uno spaccato di vita passata e contemporanea.

La targa si trova nel Rione Regola, in via dei Pettinari. Il nome viene dagli artigiani che lavoravano in questi luoghi nel Medioevo e nel Rinascimento, in particolare i fabbricanti di pettini, da qui “pettinari”. Nel centro storico di Roma non è difficile trovare strade il cui nome deriva proprio dalle antiche corporazioni di artigiani e mestieri che avevano qui le loro botteghe che dovevano essere situate in prossimità del Tevere per consentire loro l’utilizzo dell’acqua e il trasporto fluviale. Per esempio Via dei Cappellari, erano fabbricanti di cappelli, Via dei Giubbonari, artigiani che producevano giubbotti o corpetti, Vicolo dei Catinari, costruttori di catini e recipienti metallici, Via dei Balestrari, produttori di balestre, Via dei Coronari (o paternostari), creatori di corone del rosario e tanti altri.

Percorrendo tutta Via dei Pettinari si raggiunge, in linea retta, Ponte Sisto, voluto da Sisto IV nel 1475, rifacimento di un ponte romano, in occasione dell’anno giubilare, per consentire una migliore comunicazione tra il Vaticano e il centro della città. Infatti il ponte conduce direttamente su Piazza Trilussa, il cuore di Trastevere.

Ma ai tempi dell’antica Roma? Il problema era già serissimo.
Gli antichi romani avevano le cloache (come la famosa Cloaca Maxima) per le acque reflue, carri e schiavi che raccoglievano i rifiuti, zone fuori città dove venivano scaricati. E c’erano anche leggi simili a questa. Però nella realtà molti buttavano i rifiuti direttamente dalla finestra e le strade erano spesso sporche nonostante gli imperatori e i magistrati cercassero continuamente di imporre ordine.
Il dettaglio più interessante è che questa targa, nel pieno del Settecento, ci fa capire che il problema dei rifiuti non è solo moderno. È eterno.
E anche la soluzione è sempre la stessa: regole, divieti e multe che spesso non compensano il poco rispetto dell’ambiente. Non ci si riesce nemmeno oggi che la sicurezza è digitalizzata e ci sono telecamere un po’ ovunque.

In un’epoca in cui Roma (o comunque lo Stato Pontificio) era già ossessionata dal decoro urbano e le strade erano considerate spazi da disciplinare, la figura citata, il “Presidente delle Strade” era un monsignore con l’autorità di controllare la pulizia, gestire il traffico di carri e persone ed evitare che la città diventasse una discarica a cielo aperto. Le targhe anti‑rifiuti a Roma sono circa settanta nei rioni centrali (dal 1646 alla fine del Settecento), tutte emanate dal Presidente delle Strade.
Il contrasto nell’immagine mi fatto riflettere: la scritta di monito scolpita nel travertino e poi, sotto, i graffiti, l’intonaco sgretolato e diverse cartacce sul selciato. Se ti guardi intorno ti accorgi che oltre alle targhe in pietra incastonate nei muri come frammenti di “leggi urbane”, ci sono anche tante piccole nicchie votive, note come “madonnelle”, con immagini sacre.
Sono voci del passato che resistono, anche quando tutto intorno cambia.

In mezzo ad un certo degrado a cui, ormai, a Roma siamo quasi assuefatti come se fosse ineluttabile, tre secoli dopo, il muro ci racconta quanto ancora sia difficile fermarlo davvero.
E quella targa, qui quasi ironica, ci strappa una risata.

È una di quelle strade, e ce ne sono tante, dove Roma si mostra senza filtri: muri vissuti, stratificazioni, scritte sovrapposte, traffico fuori misura, chiasso e disordine diffuso.
Ma c’è anche del bello in tutto questo: c’è un’esagerazione di vita che esce dalle case e si riversa nelle strade. Come se Roma gridasse: “Ehi! Potete anche trattarmi male, tanto io sono bella lo stesso!”
E alcuni rioni romani (sono ventidue in tutto e tutti all’interno delle Mura Aureliane, tranne l’ultimo istituito nel 1921, il Rione Prati) come Regola, Trastevere o Ponte sono il teatro perfetto per questo conflitto.

Mercati e mercatini, botteghe artigiane, osterie, panni stesi, odori di ogni genere, rumori e voci che si rincorrono tra i vicoli. La città non è mai stata tanto “pulita”, ma molto umana e credo che la Roma iconica che tutti cercano nasca proprio da questo conflitto, dal caos totale e dal coinvolgimento spontaneo (ed anche inevitabile) in questi contesti urbani e umani.

Forse è per colpa di quella lente d’ingrandimento integrata nel mio sguardo che le foto iniziano a parlarmi aprendosi come un caleidoscopio e diventa un’esigenza “indagare” su dettagli quasi impercettibili e insignificanti, a prima vista, che la fretta o la disattenzione lasciano passare inosservati.

E così mi voglio lanciare in un personalissimo commento di certo molto divisivo (non me ne vogliate): i graffiti non sono neanche “solo scarabocchi”. Se li osservi bene, in genere, ci sono strati sovrapposti, segni fatti in momenti diversi, tratti veloci, alcune volte “artistici”. Il punto non è chi li ha fatti, cosa facilmente intuibile, ma perché. Sono un accumulo di segni spontanei, incontrollati.

È quasi una risposta involontaria di una generazione al proprio tempo. E se li guardi ancora più da vicino….quei segni diventano una scrittura senza autore, una forma di presenza: “Sono passato di qui”.
Credo sia un modo per lasciare una traccia che, quando non è indelebile, non disturba nemmeno tanto.
Immaginiamo Trastevere, per un attimo, tutto pulito e profumato, senza scritte, senza auto e motorini, silenzioso ed educato…chi lo riconoscerebbe?
Tutto questo è nel DNA della città e non credo si possa cambiare, ma solo guardare con occhi diversi, come quelli del turista che ne resta ammaliato e riparte col pensiero, nel cuore più che nella mente, di tornarci.

Allego una poesia di Andrea Menghini, romano di nascita, storico regista televisivo di Osvaldo Bevilacqua, tra i più bravi di Sereno Variabile, autore di Diario di borgo, la sua prima raccolta di poesie:
Mentre er fiume s’appoggia
A piazza Capo de Fero dar mascherone
l’acqua scenne lenta lenta ner vascone,
er gabbiano ‘nsolente se frega li rifiuti
e si t’appoggi ar marmo de l’imperatori
senti che li respiri sua, ‘n so’ muti.
T’accorgi che la sera scóre e ce fai er bello
a senti di: “Attento a quello, ch’è ‘no sgherro?”
Sotto l’arcate ce stanno ancora li segni delle pallonate,
so’ 50 anni e stanno là, ferme e stampate,
sembra che quarcuno quelle mura co li giochi l’ha firmate.
Ma a te che te frega? Sotto sti portici, sai quanti
innamorati hanno rubbato baci alle fidanzate,
quarcuno ha raccontato pure ‘n sacco de cazzate.
Er ponte sta sempre là, er fiume s’appoggia,
la sera vòrge co tutti li colori sua;
er ponte è pieno co li rumori sua.
È estate, e l’orgia de li sensi scénne accome pioggia:
femmine scollacciate giranno ‘n bicicletta,
nervose s’accènneno na sigaretta.
S’aggìreno sfrontate pei vicoli e ‘ntanto
l’imperatori stanno là senza pericoli.
Chi sòna er sax, chi er contrabbasso,
la gente passa e se diletta.
L’arabo te venne lo spiedino
er nano te gonfia er palloncino.
Le bandiere sui palazzi, er vento l’ha piegate,
e mentre passi là de sotto rimiri li soffitti ‘lluminati.
Sai quante biondine a sti pischelli l’hanno fulminati?
E noi che stamo sotto, ritti su li marciapiedi,
le mani ce l’avemo giunte, come a dì: “Scusate!”
La santa messa pe stasera è sospesa,
sotto er ponte cor giglio, se arzi l’occhi ciài na sorpresa.
Er principe Farnese? Quello ormai s’è dato…. è ito.
Er ponte? Ah er ponte…
Er ponte è ‘lluminato, sta sempre là, è ambrato.
Là sotto, quarcuno s’è fermato.
E a te, te basta na lanterna, na fiammella
pe ‘lluminà sti vicoli, sti sassi,
della città, che ognuno chiama, eterna.
Foto e testi: Sandra Jacopucci
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
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