I custodi della biodiversità
Di Beatrice Rapisarda – CNR
(ndr) Viaggiare significa attraversare paesaggi, incontrare storie, scoprire luoghi che salvaguardano identità e memoria. Ma ogni paesaggio è anche il risultato di un equilibrio delicato tra specie, clima, suolo e attività umane: un patrimonio vivente che chiamiamo biodiversità.
Grazie ad un accordo di partenariato con il CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, principale Ente pubblico italiano di ricerca ed eccellenza scientifica a livello mondiale, abbiamo il privilegio di pubblicare l’articolo che segue, dell’Almanacco della Scienza, nel quale Beatrice Rapisarda, del CNR, entra in un campo fondamentale, quello delle banche della biodiversità dove semi, conoscenze scientifiche e materiali genetici vengono tutelati e studiati per proteggere la varietà della vita sul nostro pianeta. Vi auguriamo una buona lettura. (Fine ndr)
La varietà della vita sulla Terra è uno dei patrimoni più straordinari e, al tempo stesso, fragili che abbiamo. Le banche della biodiversità, come ci racconta Mario Sprovieri, direttore dell’Istituto di scienze marine del Cnr, sono una risposta concreta che scienziati, governi e organizzazioni internazionali hanno ideato per preservarla.

Le banche della biodiversità sono strutture, fisiche o virtuali, dedicate alla conservazione del patrimonio genetico della vita sulla Terra. Il loro scopo è preservare campioni biologici di specie vegetali, animali, funghi e microrganismi, in modo che possano essere utilizzati in futuro per ricerche scientifiche, programmi di reintroduzione o applicazioni agricole e medicinali. Le tipologie sono diverse e complementari. Alcune conservano semi di piante selvatiche e coltivate in condizioni di freddo e bassa umidità, garantendone la vitalità per decenni o secoli; altre custodiscono materiale genetico vegetale in varie forme – semi, polline, tessuti – per preservare la diversità delle colture agricole. Ci sono poi strutture che archiviano sequenze genetiche e campioni di tessuto di animali e piante, preziosi per la ricerca genomica e le biotecnologie, e altre ancora che mantengono popolazioni vive di specie in pericolo attraverso programmi di riproduzione assistita e reintroduzione in natura. Ci sono anche banche dedicate a funghi, batteri e altri microrganismi, spesso invisibili ma essenziali tanto per il funzionamento degli ecosistemi quanto per l’industria farmaceutica.

“Secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), oltre 40.000 specie sono attualmente a rischio di estinzione. Ogni specie che scompare porta con sé un patrimonio evolutivo unico fatto di adattamenti, principi attivi, resistenze a malattie, che nessuna tecnologia futura potrà ricreare dal nulla. Le banche della biodiversità sono fondamentali per salvaguardare questo patrimonio. Anche quando una specie scompare dal suo habitat naturale, il suo patrimonio genetico può restare disponibile per reintroduzioni future, una volta che le condizioni ambientali siano migliorate”, afferma Mario Sprovieri, direttore dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche.

Il valore di queste strutture è particolarmente evidente in agricoltura. Molte varietà tradizionali di colture, sviluppate nel corso di millenni di selezione contadina, possiedono caratteristiche di resistenza alla siccità, alle malattie e alle temperature estreme che le varietà commerciali moderne spesso non hanno. Preservarle significa dotarsi degli strumenti per rispondere ai cambiamenti climatici.“La struttura più famosa al mondo in questo campo è la Svalbard global seed vault, inaugurata nel 2008 nelle isole Svalbard, in Norvegia, a circa 1.300 km dal Polo Nord. Scavata nella roccia di una montagna e mantenuta a -18°C, conserva oltre 1,3 milioni di campioni di semi provenienti da tutto il mondo, rendendola la più grande riserva di diversità genetica vegetale mai costruita”, osserva il direttore del Cnr-Ismar. “La struttura è stata progettata per resistere a terremoti, esplosioni nucleari e all’innalzamento del livello del mare. Il suo utilizzo più significativo si è avuto nel 2015: quando la guerra in Siria distrusse la banca dei semi di Aleppo, i ricercatori poterono attingere al materiale genetico precedentemente depositato a Svalbard per ricominciare a lavorare dall’estero”.

Anche l’Italia gioca un ruolo di primo piano. Nel giugno 2022, nell’ambito del National biodiversity future center (Nbfc) – uno dei cinque centri di eccellenza nazionali finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – è nato il Biodiversity gateway, concepito fin dall’inizio come un’infrastruttura a servizio del Paese. “Il Biodiversity gateway si è posto un obiettivo ambizioso: costruire un ecosistema dinamico di conoscenza capace di integrare i dati sulla biodiversità prodotti dagli otto gruppi di ricerca tematici dell’Nbfc e di renderli accessibili a scienziati, decisori politici, imprese e cittadini”, specifica Sprovieri. Il portale digitale ne rappresenta il cuore pulsante: una piattaforma che raccoglie, organizza e mette a disposizione informazioni su specie, habitat, ecosistemi, minacce e possibili soluzioni, dialogando con infrastrutture internazionali come Gbif, iNaturalist ed Eosc. Accanto a strumenti analitici avanzati, come il Geoportale della biodiversità marina e le dashboard per il monitoraggio delle specie invasive, trovano spazio anche contenuti divulgativi accessibili a tutti: podcast, video-interviste, albi illustrati per bambini e risorse educative per le scuole.
“Per quanto riguarda le infrastrutture fisiche, il Biodiversity gateway si articola in una rete territoriale con due hub principali a Venezia e Palermo e una serie di nodi distribuiti sul territorio nazionale: Fano, Roma (Montelibretti e Tevere), Napoli e Lecce. Ogni sede è pensata come spazio multifunzionale per la ricerca, la didattica, la divulgazione e il dialogo con il territorio, nel solco di un approccio integrato che abbraccia ricerca, industria, istituzioni e società civile”, approfondisce l’esperto. “L’ambizione del Biodiversity gateway è di diventare entro il 2035 il polo nazionale di riferimento per la biodiversità: un’unica architettura istituzionale in cui ricerca scientifica, formazione, divulgazione e innovazione tecnologica si alimentano a vicenda”.

Il cuore fisico del Biodiversity Gateway veneziano sarà la Palazzina Canonica del Cnr-Ismar, uno straordinario complesso di edifici storici nel cuore della laguna. “Gli spazi ospiteranno aree espositive e interattive, una vasca sperimentale alimentata dalle acque lagunari per simulare l’ecosistema di barena, laboratori e spazi workshop. I lavori si concluderanno entro il 2029, ma un primo nucleo sarà inaugurato il 28 marzo con un allestimento esperienziale e interattivo”, continua il direttore Cnr-Ismar che conclude: “Il 15 aprile sarà poi la volta del nodo di Napoli, dedicato alla geodiversità dei fondali e alla biodiversità marina del Golfo. A Roma, il nodo di Montelibretti ospiterà spazi innovativi per la ricerca e la didattica all’aperto, mentre il nodo Roma-Tevere fungerà da hub sulla biodiversità fluviale urbana. Completa la rete la nave oceanografica Gaia Blu, laboratorio galleggiante per l’educazione ambientale marina, collegato in tempo reale con le scuole e integrato nella rete internazionale delle Blue Schools”.
Testi: Beatrice Rapisarda – CNR
Foto: Sandra Jacopucci
Fonte: Mario Sprovieri, Istituto di scienze marine, direttore@ismar.cnr.it
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.