Un’anfora come casa. L’Almanacacco della Scienza – CNR
[ndr] Dal fondo del mare ci arriva un’altra bella notizia del CNR, Centro Nazionale delle Ricerche. Condividiamo con piacere l’articolo di Ester Cecere, recentemente pubblicato sull’Almanacco della Scienza: un segno di speranza, di sensibilità verso il mondo sommerso, di cura per ecosistemi a rischio. 
L’articolo che segue ci accompagna lungo una linea sottile tra passato e presente, dove la memoria storica incontra la ricerca scientifica e si traduce in azione concreta. Dalle coste toscane al Mar Piccolo di Taranto, prende forma un’idea semplice e potente: restituire spazio alla vita marina attraverso soluzioni che hanno radici nel passato.
Un racconto che invita a considerare il mare non come sfondo, ma come organismo vivo, capace di accogliere — e forse riconoscere — ciò che l’uomo, con misura, decide di restituire. [fine ndr]
Pubblicato il 25/03/2026
Ad utilizzare le anfore con la funzione di “casa” sono specie marine come i polpi e i cavallucci marini, spiega Ester Cecere, già ricercatrice dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr, che ricorda anche alcuni progetti sul tema condotti da diverse strutture scientifiche, tra le quali c’è anche l’Istituto per lo studio degli impatti antropici e la sostenibilità nell’ambiente marino del Cnr di Palermo.

di Ester Cecere
L’anfora la conosciamo tutti. È un vaso di terracotta di forma affusolata o globulare, a due manici, utilizzato nell’antichità per il trasporto di derrate alimentari liquide o semiliquide. Ai giorni nostri, le anfore stanno ritornando in auge nel settore della vinificazione artigianale, combinando tecniche tradizionali con pratiche moderne. Esse, infatti, consentono una fermentazione naturale del vino, favorendone l’interazione con l’ossigeno in modo diverso rispetto ai contenitori in acciaio inox o in legno.

Che vengano usate dagli archeologi come “indicatori archeologici” quando sono rinvenute in mare (testimoni silenziose di un naufragio) per comprendere le rotte commerciali del passato, è intuibile. Ma esse vengono anche usate come “case per i polpi”. È quanto sta succedendo nelle acque del Tirreno antistanti Punta del Corvo e Cannelle, in Toscana, nell’ambito del progetto “La casa dei polpi” messo a punto dall’associazione “La casa dei pesci” e dal pescatore ambientalista Paolo Fanciulli, con il supporto scientifico della facoltà di Scienze Biologiche dell’Università di Siena. Il progetto prevede di affondare 5.000 anfore di terracotta, stabilizzate da un pesante supporto per tenerle ben ferme sul fondo, per offrire rifugi sicuri ai polpi per la loro riproduzione dato che essi sono in via di estinzione. La pesca del polpo, infatti, è consentita, ma a causa delle moltissime trappole illegali – barattoli di Pvc oltretutto altamente inquinanti – la risorsa ittica si è ridotta del 90%.

Le anfore, lunghe 25-30 centimetri, sono state progettate da Beppe Anselmi e realizzate dal ceramista Claudio Pisapia. La scelta degli orci di terracotta non è casuale poiché la pesca al polpo con l’anfora veniva già praticata dai Greci e dai Romani. La loro efficacia sarà valutata dall’Università tramite un monitoraggio periodico con l’obiettivo di studiare le dinamiche di popolazione dei polpi e osservare come reagiscono ai nuovi habitat artificiali. Nel gennaio 2025, sono state osservate le prime anfore “abitate da questi particolari inquilini”.

Meno originali, ma altrettanto efficaci sono i “luoghi di ritrovo” realizzati nel Mar Piccolo di Taranto per favorire il ritorno e la permanenza dei cavallucci marini. Tale bacino ha ospitato in passato una delle popolazioni più abbondanti di Hippocampus guttulatus Cuvier1829 e H. hippocampus (Linnaeus 1758) dell’intero Mediterraneo. Tuttavia, negli ultimi anni, si è registrato un drastico calo della loro densità, legato alla perdita di habitat idonei, ma soprattutto alla pesca di frodo per il mercato cinese. Per arrestare questo fenomeno, è stato avviato un progetto, denominato “Seahorse Hotel”, in collaborazione con One Ocean Foundation, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e Comune di Taranto, con il supporto tecnico dell’azienda danese Rockwool e dell’Istituto per lo studio degli impatti antropici e la sostenibilità nell’ambiente marino (Ias) del Cnr di Palermo.

Il progetto ha previsto la realizzazione di una struttura artificiale in lana di roccia, materiale utilizzato nell’edilizia per le sue proprietà isolanti, applicato per la prima volta in un contesto marino. La lana di roccia è ottenuta dalla fusione di rocce vulcaniche a temperature molto elevate (circa 1500°C). Questo materiale sembra offrire, grazie alle sue caratteristiche specifiche, un substrato adatto all’insediamento di organismi marini, formando comunità con alta biodiversità.
La struttura immersa è costituita da un unico prototipo modulare in lana di roccia riciclata, formato da sei moduli assemblati in un’unica piattaforma. I moduli sono suddivisi in due tipologie: tre con superficie basale uniforme e tre con scanalature parallele, progettate per favorire l’insediamento delle comunità tipiche del fouling, costituite da animali e vegetali che si insediano sui substrati artificiali immersi in mare. Su ciascun modulo sono stati inseriti 25 tondini metallici, con lo scopo di aumentare la complessità tridimensionale del substrato e di offrire appigli idonei alla coda prensile dei cavallucci marini. Queste strutture sono state progettate per agire come “fish aggregating device (Fad)”, attirando organismi come cavallucci e pesci ago.

Il professor Cataldo Pierri, del Dipartimento di Bioscienze, biotecnologie e ambiente dell’Università di Bari, riferisce che, durante le attività di monitoraggio che si sono svolte mensilmente da ottobre 2023 a ottobre 2025, è emerso che i cavallucci frequentano in misura significativa la struttura artificiale, che si è rivelata, quindi, un habitat che facilita l’ancoraggio e che viene progressivamente accettato come rifugio. Addirittura, il primo individuo di cavalluccio marino (Hippocampus hippocampus) è stato osservato dopo cinque mesi dall’immersione. Da quel momento, la presenza dei cavallucci marini sulla struttura è progressivamente aumentata nel tempo, a dimostrazione che questa viene usata come nuovo habitat stabile non solo da entrambe le specie di Hippocampus ma anche dai pesci ago.
Testi: Ester Cecere CNR
Foto dei paesaggi: Gabriele Bevilacqua
Foto fondo marino: Luca Giannattanasio, Stux, Taken, Sashafritz, Newart
Si ringrazia l’Ufficio Stampa del CNR per la collaborazione
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
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