Ninfa, quello che non vi avevamo ancora raccontato
Se siete già stati su Kronostories, forse ricordate il nostro primo racconto su Ninfa — la città medievale abbandonata nei pressi di Cisterna di Latina, il fiume risorgivo che la attraversa, i Caetani che ne custodirono le sorti per secoli, e quel titolo del New York Times che la definì il giardino più romantico del mondo. Se non lo avete letto, vale la pena farlo: lo trovate qui.
Ninfa: il giardino definito dal New York Times il più bello e romantico del mondo

Fioriture, segreti botanici, letteratura e tutto quello che serve sapere per visitarlo in primavera
Stavolta entriamo da un’altra porta. Un microclima che non dovrebbe esistere qui. L’Agro Pontino non è esattamente il luogo dove ti aspetteresti di trovare aceri giapponesi centenari, magnolie americane e bambù. Eppure a Ninfa tutto questo cresce rigoglioso, e la ragione ha radici invisibili. Il fiume Ninfa nasce da un laghetto di origine risorgiva: acqua che sale dal sottosuolo a temperatura costante, estate e inverno. Questo alimenta un tasso di umidità permanente che crea un microclima anomalo rispetto al territorio circostante — più mite d’inverno, più fresco d’estate. È quella bolla d’aria temperata che permette a specie di ogni latitudine di convivere in otto ettari come se fossero sempre nel loro habitat naturale.

Un salotto letterario tra le rovine
Virginia Woolf, Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Truman Capote — tutti passarono da qui, attratti da Marguerite Chapin Caetani, americana che aveva sposato Roffredo Caetani e trasformato il giardino in un punto di riferimento culturale europeo. Fu Marguerite a fondare Botteghe Oscure, una delle riviste letterarie più importanti del Novecento, con sede a Roma ma con lo spirito di questo posto. Non è un caso che Ninfa sia entrata nel Sistema dei Parchi Letterari Italiani: è uno dei pochissimi luoghi dove natura e scrittura si sono intrecciate in modo così documentato e continuo.

Piccole meraviglie tra le piante di Ninfa
C’è una pianta che vive d’aria. Sul tronco di un cedro secolare vive una Tillandsia, una pianta epifita senza radici: vive grazie al sostegno di altre piante senza tuttavia ricavarne nutrimento — la sua linfa viene infatti tratta dall’umidità dell’aria. È lì, quasi invisibile, come un’ospite abusiva che nessuno vuole cacciare via.

La collina dei meli ornamentali — che in primavera diventa una nuvola rosa sopra i ruderi della chiesa di San Giovanni — fu creata interamente da Donna Lelia Caetani, ultima erede della famiglia e figlia di Marguerite Chapin e Roffredo Caetani. Insieme alla madre Marguerite, introdusse numerose magnolie, prunus, rose rampicanti, e realizzò il rock garden, chiamato anche “colletto”.
E fu proprio Donna Lelia ad istituire la Fondazione Caetani nel 1972, che ancora oggi custodisce il giardino.

Tra i tanti protagonisti silenziosi del giardino c’è il Cotinus Coggygria, detto albero della nebbia. Le sue infiorescenze piumose, di un rosa simile allo zucchero filato, sembrano avvolgere i rami in una foschia leggera. Uno dei vegetali più teatrali di Ninfa.

Il fiume Ninfa aveva un altro destino. Non sempre ha seguito il percorso che vediamo oggi. Fino agli anni Trenta scorreva per oltre quaranta chilometri nella pianura pontina, prima di sfociare tra Terracina e il Circeo. La bonifica di quegli anni lo deviò nel Collettore delle Acque Alte, riducendolo a quello che attraversa oggi il giardino: un frammento bellissimo di un corso d’acqua che fu molto più grande.
Prima del giardino: quando l’acqua era sacra
C’è qualcosa che viene prima dei Caetani, prima delle rose rampicanti e dei glicini sulle torri. Viene prima persino del borgo medievale. È l’acqua.

Le sorgenti che oggi alimentano il fiume e rendono possibile il giardino erano considerate sacre molto prima che qualcuno pensasse di piantarci un albero. Nell’antichità, l’acqua dolce che affiorava dalle rocce in luoghi apparentemente aridi era oggetto di venerazione: apparteneva alle Ninfe Naiadi, creature mitiche che abitavano le fonti e i torrenti, simboli delle forze vive della natura. La loro presenza era temuta e riverita, e per tenerle in pace — o in grazia — venne eretto un tempio sul luogo dove ancora oggi nasce il fiume. Da quel tempio, secondo la tradizione, prese nome il fluvius Nymphaeus, il fiume delle Ninfe, e da lui il borgo, e da lui il giardino.

Plinio nella Naturalis Historia ne aveva già tramandato i prodigi: isolette galleggianti che si muovevano a tempo di musica, e fiamme che si sprigionavano dalle pietre del fiume ogni volta che la pioggia le bagnava. Suggestioni di un luogo che sembrava sempre sul confine tra il naturale e il soprannaturale.

La scienza ha poi cercato di fare luce su questi misteri. Nel 1994 i sommozzatori dell’associazione Lu.Pa. si sono immersi nel lago artificiale di Ninfa e hanno trovato, a cinque metri di profondità, un’area selciata delimitata da quello che sembra un muretto, con blocchi interpretati come la possibile scalinata del tempio. L’acqua che oggi riflette i ciliegi in fiore scorre dunque sopra rovine ancora più antiche, sommerse e silenziose. Una storia dentro la storia raccontata dalla limpida sorgente di Ninfa.

L’Hortus Conclusus è uno spazio rinascimentale rimasto a lungo inaccessibile per restauro, ora di nuovo visitabile. Un recinto a sé, con una vasca in pietra ottagonale posta all’incrocio dei viali dell’orto chiuso, due grandi vasche rettangolari in pietra e una prospettiva inedita sulla torre del castello. Vale la pena richiederlo in fase di prenotazione.
Primavera a Ninfa
Una scaletta di fioriture: Ninfa non sboccia tutta insieme, ha un ritmo interno. Le prime ad aprirsi — già a fine febbraio nei giorni miti — sono le magnolie stellata nelle varietà ‘Rosea’ e ‘Water Lily’, fiori stretti e delicati che anticipano tutto il resto. Poi arrivano i ciliegi ornamentali e i Prunus, una cascata di rosa sopra i muri di pietra grigia.
Marzo e aprile portano i grandi protagonisti: glicini che colonizzano archi e rovine, iris acquatici lungo il fiume, tulipani, narcisi e muscari che punteggiano i prati come coriandoli lasciati dopo una festa. Chi può scegliere il momento della visita, tenga d’occhio queste settimane: sono il cuore della stagione.

Come e quando visitare nel 2026
Il giardino è aperto nei fine settimana e nei giorni festivi dal 21 marzo all’8 novembre. La visita è sempre guidata, in gruppi che partono ogni dieci minuti circa. La durata è di circa un’ora. Il percorso è accessibile anche con passeggini e sedie a rotelle.
La prenotazione è obbligatoria e si effettua esclusivamente online su giardinodininfa.eu — non si acquista in loco. In primavera i posti si esauriscono rapidamente: meglio muoversi con anticipo. A luglio e agosto sono previste aperture serali al tramonto, il venerdì, sabato e domenica, con itinerari tematici.
Ninfa non si finisce mai di vedere perché ogni stagione riporta qualcosa di diverso, ogni ora della giornata cambia la luce sull’acqua. Ecco perché ci si può tornare più volte.

Si ringrazia:
Foto – Archivio Fondazione Roffredo Caetani
Daniele Vicario della Fondazione Roffredo Caetani
Testi – Sandra Jacopucci
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
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