Verucchio. La leggenda del Beato Gregorio Celli e l’affresco perduto
di Sandra Jacopucci
Da quassù, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia dagli Appennini fino alla costa adriatica, con San Marino che affiora all’orizzonte come una fortezza uscita da un sogno medievale. Arroccato su uno sperone di roccia che domina la Valmarecchia, immerso in una distesa di verde, a pochi chilometri da Rimini, Verucchio (RN) – nel prestigioso circuito dei Borghi più Belli d’Italia e Bandiera Arancione del Touring Club Italiano — affonda le sue radici in un passato lontanissimo: fu un importante centro della civiltà villanoviana, fiorita tra il IX e il VII secolo avanti Cristo, della quale sono testimonianza innumerevoli reperti custoditi nel Museo Civico Archeologico, ospitato nell’antico convento agostiniano.

Qui nacque Malatesta da Verucchio, detto il “Centenario” o “Mastin Vecchio” e non è un caso che perfino Dante, nell’Inferno della sua Commedia, lo ricordasse con quell’epiteto temibile. Nel Medioevo il borgo si rende noto per un illustre nome, quello dei Malatesta, una delle famiglie più potenti dell’Italia dell’epoca. La Rocca Malatestiana, che domina il borgo dall’alto, edificata a partire dal XII secolo, fu più volte ampliata: dalle sue terrazze si comprende perché i Malatesta scelsero proprio questo luogo come punto di controllo di tutta la vallata. Poi ci sono i vicoli in pietra, i portali medievali, la Piazza Malatesta con i suoi palazzi settecenteschi, la Chiesa Collegiata di San Martino. Ma di tutto questo e molto di più vi parleremo nei prossimi giorni.
Prima un racconto, in particolare, che i verucchiesi portano nel cuore da quasi settecento anni.
La mula bianca e il Beato Gregorio Celli
Nella chiesa di Sant’Agostino — edificio trecentesco rimasto, con le sue decorazioni barocche di stucchi e dipinti, uno scrigno di arte tra Seicento e Settecento — si conserva la memoria di un uomo straordinario: il Beato Gregorio Celli. Nato a Verucchio intorno al 1225, Gregorio abbracciò la vita eremitica dell’Ordine Agostiniano e si ritirò in solitudine sulle montagne del Reatino, nel Lazio.
Ottavio Celli, esperto Custode della Pinacoteca Comunale, ci racconta che visse — secondo la tradizione — fino all’incredibile età di centodiciotto anni, morendo l’11 maggio del 1343 a Monte Carnerio, presso Rieti, lontano dalla sua terra natale. Ma prima di morire, Gregorio lasciò un desiderio preciso, quasi una disposizione testamentaria spirituale: voleva tornare a Verucchio. Voleva essere sepolto nella sua terra, nella chiesa del suo Ordine.

Ed è qui che nasce la leggenda. Secondo la tradizione popolare, il corpo del Beato fu caricato su una mula bianca non domata. La cassa fu legata alla groppa della bestia che fu lasciata libera. Nessuno la guidò. Nessuno le indicò la strada. Eppure percorse il lungo tragitto da Rieti fino alle colline della Valmarecchia, attraversando borghi e paesi, risalendo le valli, superando i passi come se sapesse dove andare. E in ogni paese che attraversava, le campane suonavano da sole, senza che nessuno le toccasse, come se il cielo stesso annunciasse il passaggio di un santo. La mula arrivò a Verucchio. Si fermò davanti alla porta della chiesa di Sant’Agostino e lì, con un’istintiva consapevolezza di aver portato a termine il suo compito sacro, morì all’istante. Gregorio era tornato a casa.

Gli affreschi che parlano
Ricapitolando: Gregorio Celli nacque proprio a Verucchio nel 1225, era un frate dell’Ordine di Sant’Agostino che dopo un periodo in comunità si ritirò come eremita sui monti vicino a Rieti dove morì nel 1343. Il culto di Gregorio Celli a Verucchio non si interruppe mai nei secoli, sostenuto dalla devozione popolare.
La beatificazione ufficiale arrivò soltanto nel 1769 — quasi cinquecento anni dopo la sua morte — ma per i verucchiesi era già santo. Tutto ciò grazie al sostegno determinante di Papa Clemente XIV, che aveva un legame personale con Verucchio: bambino, era stato allattato da una balia del borgo. Si narra che un giorno, mentre rischiava di strozzarsi, la donna si rivolse in preghiera al beato Celli — e il futuro pontefice si salvò.
Il suo corpo riposa nella Chiesa dei Padri di Sant’Agostino di Verucchio. Un tempo le sue sante ossa venivano esposte alla pubblica venerazione aprendo l’arca di pietra: il suo cranio veniva posto sull’altare nel giorno della sua festa, che si celebrava ogni anno nell’ultima domenica di maggio, e poi portato in processione. Ma di questa tradizione si è persa la memoria.

Nella chiesa agostiniana, ormai sconsacrata, è ancora visibile un’arca di marmo, ovvero un reliquiario, e un affresco parzialmente conservato con la scritta in latino “Corpus Beati Gregorii Verucule… Translatu die 24 April Ani MDCXII” — la traslazione del corpo del Beato, avvenuta il 24 aprile 1612. Sull’arcata interna altri frammenti completano il ciclo devozionale: due sante monache in abito agostiniano con un libro in mano, un tondo con un’anima sorretta da angeli verso la gloria, due frati con crocifisso — immagini che costruiscono, intorno alla figura del Beato, un mondo di contemplazione e di fede vissuta. Potete trovare i dettagli nella galleria in fondo alla pagina.
Osservando bene questa foto, oltre ai frammenti dell’affresco, si nota la traccia di un disegno appena abbozzato in rosso sul fondo in cemento della nicchia, quasi invisibile. Un dettaglio che ho notato solo mentre rivedevo le foto. Si tratta di una ricostruzione filologica di ciò che è andato perduto ed è impossibile ricostruire non esistendo fotografie dell’originale completo. È il risultato di un ragionamento degli studiosi basato in parte su elementi oggettivi come colore residuo, posizione della nicchia o immagini simili di santi eremiti della stessa epoca e in parte su ipotesi. Un incompiuto che permette di evitare un “falso storico”, di certo più realistico ma non autentico.
Ci fa piacere pensare che anche se non tutto si conserva intero, ciò che resta può essere riletto, ricomposto, fatto parlare di nuovo.
Accanto, nell’abside sinistra, campeggia il grande altare barocco con il dipinto di Giovanni Maria Morandi (1622–1717), custodito in una imponente cornice dorata intagliata da Bartolomeo Silvestro da Verucchio nel 1673: qui è raffigurato il Beato Gregorio in preghiera, circondato da angeli, nel paesaggio aspro e solitario dell’eremita.

Il paliotto in scagliola: lusso finto, arte vera
Davanti all’altare maggiore, un grande paliotto in scagliola, con fondo nero intenso e decorazioni a girali, volute e fiori nei toni del bianco, rosa e azzurro, con al centro il medaglione di un santo agostiniano.
La scagliola è un’arte tutta emiliano-romagnola: nata a Carpi, in provincia di Modena, all’inizio del Seicento, si diffuse rapidamente in tutta la regione grazie agli spostamenti delle maestranze specializzate. La committenza era quasi esclusivamente religiosa e le richieste riguardavano proprio i paliotti d’altare.
Il principio era semplice quanto geniale: i paliotti in scagliola di gesso colorato nascono nel periodo Barocco come imitazione di quelli più costosi in marmo e pietre d’importazione, realizzati per le grandi chiese delle città italiane. Permettevano anche alle chiese dei borghi minori di avere un altare sontuoso, degno della devozione dei fedeli.

Un’altra curiosità
Nel 2008, in una fase di scavo della necropoli villanoviana, furono trovati anche i resti di due cavalli di quasi tremila anni fa. Si tratta di animali sacrificali appartenuti probabilmente all’aristocrazia guerriera. Fu eseguito un calco in resina delle ossa poi ricomposte all’interno della chiesa, dove sono tuttora visibili in una parte della pavimentazione.

La Chiesa di Sant’Agostino oggi
Oggi la chiesa è diventata un’aula didattica. Eppure qualcosa di sacro è rimasto nell’aria. Basta guardare questa scena in cui i ragazzi studiano sotto gli altissimi soffitti a cassettoni e gli stucchi barocchi, seduti a pochi metri dall’arca del Beato, per capire che certi luoghi continuano a educare anche quando cambiano funzione. Un esempio di riuso virtuoso del convento agostiniano soppresso in epoca napoleonica e rimasto a lungo in stato di abbandono. Gli studenti che studiano la civiltà villanoviana tra quelle pareti ricevono una doppia lezione: di storia e di bellezza.

Si ringrazia per le foto e la collaborazione:
Il Comune di Verucchio
Ottavio Celli – Pinacoteca di Verucchio
Testi e foto – Sandra Jacopucci
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
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