LE API DI MONTECCHIO. SAN MARINO
di Sandra Jacopucci
20 Maggio Giornata Mondiale delle Api
Sono entrata in punta di piedi. L’aria cambia appena si entra nel sentiero del Parco Naturale di Montecchio. Poco sotto il profilo del Monte Titano, esiste un luogo custodito come una memoria preziosa: il Bioparco Apistico della Repubblica di San Marino. Sembra più un santuario di api, per la cura con cui è stato realizzato, che un percorso didattico. Qui il ronzio degli insetti si mescola all’odore del bosco, al fruscio sottile delle foglie mosse dal vento. Nasce come presidio silenzioso di qualcosa che rischiamo di perdere senza accorgercene.

Dove si trova
Il Bioparco si snoda lungo la strada che scende verso Fonte dell’Ovo, in un’area verde di 3500 metri quadrati attraversata da percorsi naturalistici e frequentata soprattutto da famiglie, scolaresche, camminatori e amanti dei boschi, come me. Poco distante si incontrano la Casa Fabrica, ubicazione del Museo della Civiltà Contadina, la Casa Micologica, sede dell’omonima associazione – il 6 giugno la piazza antistante sarà intestata al suo fondatore, Marino Cardinali – e i recinti che ospitano pavoni, diverse specie di volatili da cortile e i daini che, da anni, fanno parte dell’immaginario più evocativo di questo parco.
Il territorio sammarinese ospita chilometri e chilometri di parchi naturali, aree protette boschive, riserve di caccia e pesca e giardini con flora mediterranea e fauna tipica appenninica. In questo piccolo Stato il rispetto per la natura è un valore antico quanto la sua indipendenza.

Il Bioparco appare all’improvviso, lungo un tratto in cui il bosco si apre leggermente. La biodiversità della flora e il silenzio che li avvolge creano un ecosistema perfetto per questo laboratorio/museo a cielo aperto che si percorre lentamente. Il progetto del Bioparco Apistico nasce nel 2021, ufficialmente inaugurato nel 2023, durante un periodo in cui il termine “biodiversità” iniziava ad uscire dagli ambienti specialistici per entrare nel linguaggio quotidiano. Ma dietro quell’inaugurazione c’era un’idea maturata da tempo dalla Cooperativa Apicoltori Sammarinesi: creare un luogo dedicato alla tutela dell’Apis mellifera ligustica, una sottospecie di ape autoctona italiana produttrice di miele, sempre più minacciata dalla diffusione di api ibride, pesticidi, cambiamenti climatici e perdita di habitat naturali.

Il progetto prende forma grazie alla collaborazione tra Cooperativa Apicoltori Sammarinesi, Segreteria di Stato per il Territorio e Ambiente, Soroptimist Single Club San Marino, Consorzio Terra di San Marino e Ufficio Gestione Risorse Agricole Ambientali (UGRAA). La scelta di Montecchio, tra le nove aree valutate, viene considerata la più adatta per equilibrio ecologico, accessibilità e funzione didattico-educativa grazie anche alla vicinanza della Scuola Secondaria di Primo Grado di Fonte dell’Ovo.

Un progetto di conservazione ambientale
Sulla base delle indicazioni del tecnico apistico e consulente della cooperativa Marco Valentini, l’architetto paesaggista sammarinese Filippo Piva colloca le microstrutture, le sedute, la segnaletica, sulla morfologia del luogo che aveva già delle caratteristiche di biodiversità. Un’agopuntura – mi racconta – senza modifiche, senza escavazioni o cambiamenti di quota del pianoro esistente. Immagina il bioparco più con un intento bioetico che come un’attrazione turistica, in un itinerario a ritroso nella storia dell’interazione tra uomo e api.
Si parte dalle arnie contemporanee, per arrivare alle forme più antiche di allevamento, quando il miele non era ancora un prodotto industriale ma una sostanza rara, legata ai cicli naturali e alla sopravvivenza delle comunità rurali.
Il percorso tra diverse tipologie di arnie è corredato da pannelli illustrativi realizzati in sinergia da Monica Stolfi, grafica e apicoltrice, con i testi della Prof.ssa Melissa Marzi, docente di Scienze al Liceo di San Marino, in collaborazione con il Dott. Thomas Bruschi, che raccontano con grande sensibilità l’evoluzione dell’apicoltura.

I Bee Hotels: architetture minime naturali
Prima ancora delle arnie sono loro a creare curiosità: i Bee Hotels, hotel per api. Piccole strutture realizzate con ferro nervato – quello che si usa per il cemento armato che con il tempo prende il colore dei tronchi – e con materiali di recupero come canne, legno, argilla, progettate per offrire rifugio agli apoidei solitari e ad altri insetti utili. I frequentatori di questi “alberghi” sono individui single. Non producono miele. Non hanno una regina. Non vivono in colonia. Eppure sono fondamentali. I Bee Hotels simulano cavità naturali di diverse dimensioni per la nidificazione e lo svernamento di insetti di ogni grandezza. Nel Bioparco, alcuni di questi rifugi sono stati costruiti dagli studenti della scuola media di San Marino.
Significa trasformare un oggetto in esperienza, e un’esperienza in responsabilità.

Accanto ai Bee Hotels, le legnaie: accumuli di materia organica che diventano casa per i decompositori. Qui entra in scena la base della catena ecologica: detritivori e microrganismi che trasformano la fine in nutrimento. È la parte meno visibile del sistema. Ed è quella senza cui tutto il resto collassa.
La Kenya Top Bar, nata da un progetto della ONG Oxfam, recupera un’idea antica (già presente in Grecia nel Seicento) e la rilegge in chiave contemporanea. Un unico corpo trapezoidale, senza melario, con barre superiori da cui le api costruiscono liberamente i favi. Qui l’apicoltore fa un passo indietro. Non impone una struttura: osserva, accompagna. È un modello di transizione, tra tradizione e modernità.
La Dadant-Blatt è il modello più diffuso in Italia, erede diretto delle intuizioni di Lorenzo Langstroth e della scoperta dello “spazio d’ape” (circa 7 mm), che ha reso possibile l’ispezione dei telaini senza distruggere il nido. Qui nasce l’apicoltura moderna: modulare, produttiva, anche nomade. Una struttura efficiente, pensata per accompagnare le fioriture e ottimizzare la produzione di miele.
L’arnia Warrè chiamata “arnia del popolo”, ideata dall’abate Émile Warré, privilegia semplicità e accessibilità. Costruzione economica, intervento minimo, raccolti contenuti. Non è l’efficienza il punto, ma la possibilità: chiunque può produrre miele per la propria famiglia.

Il bugno villico è una forma arcaica di alveare, una struttura fabbricata con delle tavole, tronchi o muratura, di diverse forme e dimensioni. L’arrivo del parassita Varroa destructor è stato uno dei motivi del suo abbandono.
Le ceste di paglia o vimini sono facili da costruire e pratiche per raccogliere miele e sciami, impermeabilizzate con creta o sterco; dalla loro evoluzione deriva la moderna Kenya Top Bar.
I tronchi cavi sono usati verticalmente nel nord Europa, orizzontalmente e appesi agli alberi in Africa (Log Hive). L’apicoltura nacque insieme all’agricoltura, partendo proprio dalla raccolta di tronchi cavi nel bosco.

La camera di volo: guardare senza disturbare
La camera di volo è l’ultima installazione in ordine cronologico, sempre ideata dall’architetto Piva. Risale al 2025 ed è un’arnia didattica dove chiunque può avvicinarsi all’affascinante mondo delle api.
Attraverso l’apertura dei “monocoli” è possibile vedere l’arnia Dadant-Blatt collocata al suo interno la quale presenta pareti trasparenti per poter osservare un alveare nel suo intimo attraverso gli occhi di un apicoltore. Ma in sicurezza: il predellino di volo — la piattaforma posta davanti all’apertura dell’arnia, fondamentale per il decollo e l’atterraggio delle api — è collocato ad un’altezza tale da non creare pericolo per l’osservatore. Si consiglia di aprire in contemporanea due “monocoli” per creare il gioco di luci migliore al fine dell’esplorazione.
È anche un esercizio di misura: aprire, guardare, richiudere. Non interferire. Non disorientare. C’è rispetto in questa sequenza.
La prof.ssa Luciana Mancini, del Soroptimist, svela: – È in programma anche un dispositivo tecnologico per vigilare sulla vita e il benessere delle api, una webcam con lo scopo di monitorare lo stato dell’arnia anche da remoto dotata di un qr code che permetta di conoscerne i parametri vitali in tempo reale: temperatura, sonoro, umidità, peso e produzione di miele.

Il linguaggio dei fiori: una mappa invisibile
Nel sottobosco e tra i rami, i fiori sono segnali. Coordinate. Inviti che le api sanno leggere con una precisione che a noi sfugge. Ogni corolla è una promessa: colore, forma, profumo, quantità di nettare e polline. Le api riconoscono queste variazioni e costruiscono le loro rotte come una mappa dinamica che cambia di giorno in giorno, seguendo le fioriture. Alcuni fiori parlano attraverso l’ultravioletto — uno spettro invisibile all’occhio umano — disegnando vere e proprie piste di atterraggio verso il nettare. Altri modulano l’apertura nelle ore più favorevoli, sincronizzandosi con l’attività degli impollinatori.

Le immagini ravvicinate del sottobosco raccontano una biodiversità minuta, stratificata, spesso sottovalutata. E’ qui che si gioca gran parte del lavoro delle api. Non nei grandi campi uniformi, ma nelle variazioni, nelle differenze, nella ricchezza delle specie spontanee. È un sistema che funziona per densità di possibilità. Più varietà di fiori significa più nutrimento distribuito nel tempo, più resilienza per gli impollinatori, più stabilità per l’intero ecosistema. Gli apicoltori lo sanno bene: un’arnia non si controlla soltanto. Si ascolta. Le api vengono osservate come creature sociali, ma anche come indicatori della salute di un territorio. Creature minuscole, fragili, talvolta invisibili eppure fondamentali per grandi equilibri. Se spariscono loro, qualcosa si è già incrinato molto prima nel paesaggio.

Leggende da sfatare, altre da consolidare
“Capii che un uomo, oltre a vivere per il proprio bene personale, deve inevitabilmente contribuire al bene degli altri: se dobbiamo prendere un paragone dal mondo degli animali, allora occorre prenderlo dal mondo degli animali sociali, come le api.” — Lev Tolstoj
Queste parole, su un pannello all’ingresso del Bioparco Apistico, introducono perfettamente ciò che la scienza conferma: la colonia delle api è un modello di organizzazione collettiva in cui il bene del singolo coincide con quello della comunità. Ho chiesto alla presidente degli apicoltori sammarinesi, Gessica Lanzi, di fare chiarezza su alcuni luoghi comuni.

L’ape regina uccide il fuco?
No. Dopo la fecondazione, il maschio muore di morte naturale: perdendo gli organi genitali si procura una ferita letale. La regina, il cui unico compito è la riproduzione — deporre le uova — può vivere fino a cinque anni, mentre le operaie non superano i 40-60 giorni.
Come funziona la gerarchia interna all’alveare?
Le api ricoprono ruoli diversi in base all’età, scalando una sorta di piramide professionale grazie all’attivazione progressiva di ghiandole specializzate. Si parte dalle spazzine, le più giovani, addette alla pulizia dell’alveare. Diventano poi nutrici, producendo pappa reale attraverso le ghiandole ipofaringee e mandibolari. Il terzo ruolo è quello delle costruttrici, che secernono la cera dalle ghiandole ceripare situate sotto l’addome. Seguono le guardiane, capaci di produrre veleno per difendere la colonia. Il compito più audace spetta infine alle bottinatrici, le api più anziane: escono dall’alveare — che per le altre funge da capsula protettiva — esponendosi ai pericoli esterni per raccogliere polline e nettare.

È davvero una monarchia? La regina comanda?
Nonostante le apparenze, l’alveare non è una monarchia ma ricorda piuttosto una repubblica presidenziale. L’alveare è un superorganismo in cui ogni ape funziona come una cellula: in caso di necessità — incidenti, incendi, alluvioni — le api anticipano i propri ruoli per colmare eventuali vuoti. La struttura sociale è solida, ma gli equilibri sono fragili, e l’intervento umano è giustificato solo in casi di estrema necessità. È questa la filosofia dell’apicoltore biologico, erede di una tradizione in cui la produzione del miele non era ancora industriale: le api possiedono già tutti gli strumenti per difendersi e autoregolarsi.
L’ape è pericolosa? È giusto averne paura?
L’ape non è un animale aggressivo. Attacca solo quando percepisce una minaccia per sé o per l’alveare, e lo fa a caro prezzo: l’ape mellifera, pungendo, perde il pungiglione e con esso parte degli organi interni, sopravvivendo solo poche ore. Pungere è quindi per lei un atto estremo, non istintivo. Il timore che molti provano in sua presenza è comprensibile, ma spesso sproporzionato. Basta non agitarsi, non soffiarle addosso — il biossido di carbonio la innervosisce — e non indossare profumi forti che possono essere scambiati per feromoni d’allarme. Un’ape che ronza intorno a noi sta quasi sempre esplorando, non minacciando.
Va distinta dall’ape il calabrone e la più aggressiva Vespa velutina — il calabrone asiatico — specie invasiva che rappresenta oggi una delle principali minacce per gli alveari europei: a differenza dell’ape, può pungere più volte senza morire e tende ad attaccare anche senza essere provocata. Inoltre la vespa è onnivora, si posa su tutto, metre l’ape solo sui fiori.

Da dove nasce la perfezione geometrica dell’alveare?
L’esagono è la forma che consente di coprire ogni superficie senza sprechi di spazio. Nella prima fase della costruzione le celle appaiono tondeggianti, ma con il tempo la forma si consolida nell’esagono perfetto, una soluzione che la matematica moderna ha dimostrato essere ottimale per l’equilibrio tra risparmio energetico, stabilità e contenimento del miele. E’ come se la natura avesse selezionato, nel corso di milioni di anni, la forma più intelligente.
Ma c’è anche qualcosa di poetico in tutto questo. Ogni singola ape lavora senza avere la visione completa dell’alveare. Eppure tutte insieme creano una architettura armoniosa, ordinata. Una perfezione collettiva nata dalla cooperazione.

Il Bioparco oggi
Il Bioparco Apistico è visitabile gratuitamente e viene utilizzato per attività divulgative, percorsi scolastici e iniziative legate alla sostenibilità ambientale. La Cooperativa Apicoltori Sammarinesi continua il lavoro di tutela dell’ape mellifera ligustica e, ogni due anni, indice corsi di formazione per nuovi apicoltori. Invece, annualmente, si elaborano corsi di aggiornamento sulle tecniche di allevamento per apicoltori del territorio già formati. Una dinamica che apre nuove strade professionali e consolida quelle già esistenti attorno alla produzione del miele.
Il miele Millefiori è diverso in ogni Castello – aggiunge Gessica Lanzi – varia a seconda delle fioriture: c’è quello primaverile, quello di inizio estate e quello di tarda estate. Esistono inoltre mieli monoflorali, come quelli di edera, sulla, acacia e tiglio. In collaborazione con gli apicoltori del territorio si producono anche mieli di coriandolo, girasole, rucola, erba medica, ottenuti portando gli alveari nei campi coltivati con essenze di colture agricole monoflorali.

Un’oasi di rassicurante tranquillità
Una caratteristica interessante è che non esiste una vera barriera tra il Bioparco e il resto del parco naturale. Non ci sono nemmeno dei filtri o delle cautele a protezione di questi minuscoli esseri viventi. Non c’è separazione tra la biodiversità e la vita quotidiana, tra i sentieri e le famiglie in passeggiata o i bambini che si fermano davanti alle arnie con un misto di timore e meraviglia.
Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più profondi della visita: comprendere che il futuro dell’ambiente dipende dalla nostra capacità di sviluppare un rispetto autentico, spontaneo e consapevole, verso la Natura in tutte le sue forme. Un tacito patto di fiducia tra uomo e ambiente simile ad una stretta di mano in un tempo in cui la parola data valeva più di una firma su un foglio.
Uscendo dal sentiero, resta addosso la sensazione di quanto il silenzio in un bosco possa essere pieno di vita e lavoro instancabile.

Si ringrazia per la collaborazione e foto:
Francesca Barbieri – Presidente Soroptimist Single Club San Marino
Gessica Lanzi – Presidente Cooperativa Apicoltori Sammarinesi
Melissa Marzi – Docente di Scienze Liceo Scientifico San Marino
Testi – Sandra Jacopucci
Giornalista detentore dal 2015 del Guinness World Records TV e Ambasciatore Borghi più Belli d’Italia.
Leggi in:
English

















